Breve storia di Fraforeano

 

Note a cura di Benvenuto Castellarin

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Il nome

Il nome di luogo Fraforeano, secondo gli studiosi di toponomastica, è un toponimo prediale, legato  cioè all’uso in atto in epoca romana, quando i terreni occupati per la formazione di una colonia erano divisi con il sistema della centuriazione e distribuiti a coloni per essere lavorati. Detti terreni, in assenza di un nome preesistente, finivano spesso per essere chiamati con il nome del colono o del nuovo proprietario. Così un colono romano Furfurius diede il nome al fondo o praedium Furfurianum.

Fraforeano è citato per la prima volta in un documento del 1222 nella forma medioevale: in villa Forforeano.Taleforma, si manterrà (a parte piccole variazioni quali: Forforiano, del 1275 e Forforgiano del 1290), fino al 1291 quando compare in una forma simile a quella attualmente conosciuta e cioè Fraforiano.

In friulano, la forma più usata è Frofeàn assieme a Frofreàn, coloro che non conoscono queste forme dicono: Fraforeàn. Gli abitanti, in italiano si chiamano fraforeanesi, in friulano chei di Frofeàn.

 

Le origini

Non conosciamo quando sorse il primo nucleo abitato che in seguito formerà il paese di Fraforeano. La prima citazione del 1222, avvenne nell’ambito della firma duodecennale di reciproca difesa tra Asquino I di Varmo ed il patriarca di Aquileia Bertoldo, contro le prepotenze del conte di Gorizia (ASU, arch. fam. Varmo, b.4), era già considerata villa ossia nucleo abitato di più case. Interessante, è anche la citazione del 1275, dove Asquino di Varmo riconosce di avere, fra le sue possessioni, avute in feudo dalla Chiesa di Aquileia, sei mansi di terra e un mulino: Item in villa de Forforiano sex mansos ed unum molendinum (Thesaurus Ecclesiae Aquileiensis).

 

Il Feudo

Quando nel 1275 Asquino di Varmo ebbe in feudo dalla Chiesa di Aquileia i sei mansi e il mulino, li ricevette secondo l’usanza del tempo, nella forma di rectum et legale feudum, ricevendone l’investitura direttamente dal Patriarca di Aquileia, che a quel tempo, oltre ad esercitare le funzioni di capo spirituale del Patriarcato, esercitava anche il potere temporale.

Nel 1420 la Repubblica di Venezia ebbe il completo controllo territoriale, sia politico che militare, sul Friuli, i feudatari dovettero, per essere rinvestiti nei loro feudi, giurare solennemente fedeltà alla Serenissima. La villa di Fraforeano, a causa della guerra intercorsa tra i veneziani  e l’imperatore Sigismondo fu abbandonata, l’ultimo abitante fu segnalato durante la tregua intercorsa fra i belligeranti (dal 1413 al 1418),  e vi restò fino al 1460.

Nel 1468, i di Varmo, per dimostrare la gratitudine verso la Nobiltà veneta non intendendo aver dominio ove quella anche privatamente possiede ma che anzi s'intenda per spontanea volontà di detti Signori di Varmo, cedettero la giurisdizione di Fraforeanoal patrizio veneziano Lorenzo fu Girolamo Barbarico, riservandosi solo il mulino (che lo venderanno ai Barbarigo nel 1598) (Biblioteca Comunale di Udine d’ora in poi BCU, ms,fp.2650).

 

I Barbarigo terranno il feudo fino al 1640 (salvo una breve interruzione nel 1510 quando l’imperatore Massimiliano, durante la guerra contro Venezia, lo dette in feudo a Federico e Giovanni Strassoldo). Nel 1656 venne acquistato dalla famiglia veneziana dei Molin, i quali nel 1659 acquistarono pure i territori di Belveder, e parte di Sella. Il feudo nel 1750 passò nelle mani di Zuan-Antonio Crotta che lo terrà fino al 1838. Fino al 1871 fu nelle mani di Antonio Gaspari, del parigino Luigi Herpin  fino al 1876, da questa data al 1883 fu dei signori. Carlo Ferrari di Pavia, e Granata e Vigorelli di Lodi. Nel 1883 fu acquistato, assieme al territorio di Petrons, dal conte Vittorio de Asarta, nel 1909 passò ai figli Manuel e Stefano. Dopo la morte di Stefano, la tenuta fu condotta da Manuel e da sua nipote Costanza fino al 1937 quando fu divisa a metà fra i due.

Nel 1976, le proprietà furono per la maggior parte vendute. Le case furono donate dai de Asarta agli abitanti di Fraforeano, riservandosi il palazzo con il parco annesso e alcuni edifici.

Dopo il 1815 ha fatto parte, come unica frazione, del Comune di Ronchis.

A proposito del territorio di Alnischis (nome che deriva dal latino alnus ‘alno,ontano’), nel 1464 è in proprietà a Filippo Manini di Udine il quale lo aveva affittato agli abitanti di Varmo che ne ricava- vano fieno, strame e legna. Un processo  del 1534, in materia di confini tra i Barbarigo e i Belgrado, da un testimone si viene a sapere tra l’altro, che durante l’incursione dei Turchi del 1477, alcuni cavalieri rimasti isolati dalle loro truppe, furono, dagli abitanti di Fraforeano, Canussio e altri paesi vicini, spinti e fatti sprofondare con i loro cavalli nelle paludi che allora esistevano in quel territorio (A.S.U., arch.  della Torre). Prova questa che i Turchi allora si spinsero fino in queste zone.

 

L’azienda agricola

 

 Fraforeano. Parte della piazza dedicata al senatore Vittorio de Asarta e gli annessi dalla villa Barbarigo ora de Asarta.

 

L’azienda agricola o Tenimento di Fraforeano come era chiamata in passato, aveva un'estensione di 912 ettari posti per la maggior parte nel territorio di Fraforeano e in minor quantità nei territori di Sella (di Rivignano), Canussio di Varmo, Madrisio di Varmo, Villanova (Comune di S. Michele al Tagliamento), S. Giorgio al Tagliamento e Ronchis. Negli ultimi tre secoli fece parlare molto di sé per le innovazioni e sperimentazioni che in essa furono sperimentate ed applicate. Queste innovazioni gli valsero l’appellativo di Giardino della Bassa Friulana e furono spesso motivo di studio e di citazioni in riviste di agricoltura ed in testi scolastici.

Nel 1752, Antonio Gaspari, quale agente della famiglia Crotta, introdusse, primo in Friuli, la coltivazione del riso con il sistema detto a vicenda, avvicendando cioè la coltura dei riso con altre colture. Nel 1804 a Fraforeano era in attività una filanda di seta con 30 fornelli di seta proprietà del sig. Gaspari .Carlo Ferrari nel 1876, introdusse nella coltivazione del riso il sistema a marcita con il terreno cioè costantemente allagato. Come già detto nel 1883, a Ferrari, Granata e Vigorelli, nella tenuta di Fraforeano subentrò il conte Vittorio de Asarta, il quale nel 1886, si mise personalmente alla guida della tenuta creando un’azienda modelli. I terreni furono livellati e inquadrati, furono aperte nuove strade e canali per l’irrigazione, la superficie coltivata a riso fu portata a 600 ettari, fu pure potenziato e migliorato il patrimonio zootecnico: Cosi Fraforeano diviene un largo campo di applicazione di tutto quello che, a seconda del tempo, rappresenta il progresso, anzi per dir meglio, è precorrente del progresso nel campo agrario. Sino dal 1889 vi s’introdusse l’elettricità nelle sue multiformi e più ardite applicazioni, Fraforeano vide, primo nel mondo, l’attuazione pratica della aratura elettrica, a Fraforeano si svolsero, su larga scala, esperienze di coltura con rigorosità di metodo e con l’ausilio di un gabinetto riccamente dotato di materiale scientifico e diretto da provetti chimici. Fraforeano segnò il suo posto distinto nell’agricoltura della nostra regione; la fama non rimase ristretta alla cerchia della provincia, ma richiamò l’attenzione degli agricoltori di tutta Italia e l’azienda fu meta proficua agli studiosi di cose agrarie che, ad istruzione la visitarono spesso e volentieri (Da: A. Pozzolo, Il tenimento di Fraforeano, in “Italia Agricola”1925).

Sempre nel 1886, fu resa operante una latteria a carattere privato, con un recipiente della capacità di 400 litri e con una produzione annua di burro pari a 15.000 kg. Nella tenuta di Fraforeano, dagli anni ‘20 e fino al 1950 circa, fu coltivato il baco da seta, non mancarono anche le piantagioni di pioppeti (del tipo canadese), colza e frumento (ultimamente la coltura più in uso era il mais). Non tutta l’azienda era condotta in modo “diretto” con l’impiego cioè di operai salariati, c’erano anche degli appezzamenti di terreno condotti da coloni a mezzadria.

 

L’antica Parrocchia

Il territorio di Fraforeano ecclesiasticamente fece sempre parte del Patriarcato di Aquileia e dopo la sua soppressione, avvenuta nel 1751, passò all’Arcidiocesi di Udine.

Nei secoli XV e XVI era una Curazia la cui chiesa, dedicata a S. Antonio abate, faceva parte della Parrocchia di Madrisio di Varmo.

I Barbarigo, con l’acquisto del feudo di Fraforeano (1468), acquisirono anche il diritto-dovere del Juspatronato, il diritto cioè della scelta e nomina, con il relativo mantenimento, del sacerdote che avesse prestato la sua opera di cura delle anime. A questo proposito, presso l’archivio Parrocchiale di Fraforeano esiste un documento datato 24 aprile 1500 dove è contenuto un Breve del Patriarca di Aquileia Giovanni Donato riguardante tale concessione. In precedenza, i Barbarigo fecero una supplica per ottenere la licenza di poter far celebrare la messa nella Villa di Fraforeano di loro collazione o iuspatronato. In un altro documento del 1537 si viene a sapere che essendo vacante il Beneficio di Fraforeano, fu nominato dal Legato Apostolico il sacerdote Filippo de Sbaicis di Ronchis, a tale nomina si opposero i Barbarigo facendo valere il loro diritto di scelta, visto ciò, il sacerdote rinunciò alla Curazia essendo poi nominato dagli stessi Barbarigo cappellano. Nel 1662 i Molin nominarono un sacerdote con il titolo di parroco rendendo così la Curazia di Fraforeano de facto parrocchiaindipendente.

Il fatto che non ci fosse un vero e proprio smembramento istituzionale della Parrocchia di Fraforeano rispetto alla Parrocchia Matrice di Madrisio, dette origine ad una lunga vertenza a riguardo dei cosiddetti “diritti di Stola” reclamati dal parroco di Madrisio nelle località di Petrons, Leonischis e Grinta. La vertenza fu risolta nel 1925 quando l’arcivescovo di Udine decretò, che i confini della Parrocchia coincidessero con quelli del Comune di Ronchis.

Nel 1749 al parroco spettavano: 10 staia di frumento, 25 staia di sorgoturco, 6 staia di sorgorosso, 14 orne di vino, 1 staio di fagioli, et altre bagatelle di Lino, Canape, Miglio etc. In quanto a terreni, allora la parrocchia possedeva tre campi da cui ricavava staia due di frumento a conto di affitto.Tra gli obblighi del parroco oltre agli uffici divini, doveva dare un pranzo per i cantori il giorno di S. Stefano e di annotare i battesimi, le morti, in appositi registri. Questi, pervenuti fino a noi,  hanno inizio il 1632 per i matrimoni, il 1633 per  battesimi, il 1665 per le morti e il 1761 per le cresime.

 

La Chiesa Parrocchiale

La chiesa attuale dedicata ai santi Fermo e Rustico martiri e Procolo vescovo, fu eretta nel 1782 per volere dei signori Crotta. Consacrata il 19 maggio 1796, da mons. Pietro Zorzi Arcivescovo di Udine  comprende tre altari dedicati rispettivamente alla Madonna della Salute, ai santi Fermo Rustico e Procolo e a san Valentino. Nell’abside si possono ammirare due dipinti murali di Luigi Moretti: l’Adorazione dei Magi e Gesù attorniato da bambini, del 1922. Altri dipinti murali si trovano dietro l’altar maggiore (angeli adoranti un ostensorio con l’Ostia), nel soffitto dell’abside (i quattro evangelisti), presso il fonte battesimale (Giovanni che battezza il Cristo), e nella parete di fondo (i santi Fermo Rustico e Procolo) e nel soffitto della navata. Sono presenti pure due tele, una raffigurante S. Carlo Borromeo e la Madonna del Rosario e l’altra dei nobili mentre assistono alla santa messa. Degni di nota sono pure il pulpito e il banco privato della famiglia de Asarta con lo stemma  gentilizio.

Prima dell’attuale chiesa parrocchiale ne esisteva un’altra dedicata a S. Antonio Abate ed era ubicata dove ora si trova il cimitero. Testimonianza di questa chiesa sono: i documenti antichi (dai quali si rileva che è già esistente nel 1458), la mappa del sec. XVIII e la pietra di consacrazione (30 agosto 1597) posta sotto l’altare dell’attuale chiesetta del cimitero. Questa chiesa allora era composta da tre altari: l'altar Maggiore dedicato a S. Antonio Abate, l'Altare della Madonna (nel 1725 della SS. Annunziata) e l’altare di S. Valentino. Aveva poi il fonte battesimale, un confessionale e la sacristia. La festa della dedicazione della chiesa era il giorno di S. Maria Maddalena.

Nel 1508 il pittore Giovanni Battista di Udine allievo del famoso Giovanni Martini, dipinse la cappella di S. Antonio [Abate] da esser dipinta a buoni colori, per dodici lire ed orne cinque di vino ognanno, fino al termine del lavoro (V.Joppi, Nuovo contributo alla storia dell’arte nel Friuli, Venezia 1887, p.21).

 

La Cappella cimiteriale de Asarta.

La Cappella cimiteriale è di proprietà della famiglia de Asarta, di stile neogotico fu progettata dall’architetto udinese Raimondo D’Aronco, con cancellate esterne dell’arch. Pietro Zanini (1911). Iniziata 1901, per un certo periodo rimase incompleta, finché nel 1924 fu portata a termine. Il primo ad esservi tumulato fu Vittorio de Asarta.

All’interno vi è un altare in marmo opera dell’artista Francesco Ellero di Latisana. Sotto l’altare si può ammirare un Cristo deposto dalla croce avente la caratteristica di essere senza barba, opera del famoso scultore palermitano Domenico Trentacoste che lo scolpì nel 1912 (l’opera fu per due volte esposta alla Biennale d’Arte di Venezia).

Interessanti sono anche le tre vetrate provenienti da Parigi che rappresentano: la salita al Calvario, la Crocifissione e la Risurrezione.

 

L’antica ancona di Santa Sabida

Nei pressi del corso san Valentino, al confine con il territorio di Ronchis, esiste l’ancona campestre detta diSanta Sabidadedicata a Santa Maria in Sabato. Se quasi nulle sono le fonti documentarie riguardante a questa ancona, ricca ne é la tradizione orale; infatti le popolazioni di Fraforeano e Ronchis da tempo immemorabile dedicano a questa ancona una particolare devozione popolare, invocando la santa in modo particolare contro le febbri. 

All’interno ci sono degli affreschi risalenti, pare, al secolo XVI, raffiguranti nella parete di sinistra dei santi, non identificabili, nella parte inferiore della parete centrale, una Beata Vergine del Suffragio, nel parte superiore un dipinto raffigurante la Madonna del Rosario opera di Luigi Santarossa di Fraforeano (1931), nella parete di destra un S. Antonio da Padova ed una scritta con una data: 151..

Questa, e le altre ancone sparse in Friuli, di cui  una si trova a S. Giorgio al Tagliamento e l’altra a Gorgo di Latisana, é legata alla religiosità popolare della gente friulana e al riposo sabbatico dei primi cristiani che osservavano ancora le regole giudaiche. Ad essa é legata una simpatica leggenda secondo la quale Attila, il distruttore di Aquileia, avrebbe sepolto proprio qui una pignatta piena d’oro e anche, che essa  non sarebbe mai crollata. Per perpetuare questa leggenda, nel 1985, fu, da alcune illuminate persone restaurata e nel 1994, per non danneggiarla, fu leggermente deviato il corso dell’attuale corso dello scolmatore Spinedo.

Gli unici dati documentati che riguardano l’ancona di Santa Sabida sono una segnalazione su una mappa del territorio di Fraforeano del secolo XVIII e la processione che veniva fatta fino ai primi decenni dei 1800 nella prima domenica di maggio dalla chiesa parrocchiale di Fraforeano fino all’ancona.