Le Leggende

 

Note a cura di Benvenuto Castellarin

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Leggende  raccolte  dalla  viva  voce  della  gente  di  Ronchis

Il tesoro di Attila

Attila, il crudele e sanguinario capo degli Unni, nell’anno 452 dopo Cristo, giunse con le sue truppe in Friuli fin sotto le mura della città di Aquileia. Attila, vedendo lo splendore di questa città, che per grandezza era la quarta città dell'Impero romano, la cinse d’assedio. La città, che non era non era mai stata conquistata da nessuno, si preparò a sostenere anche quest’assedio.

Dopo diverse settimane di attesa, visto che gli aquileiesi resistevano tenacemente ai loro assalti, Attila comandò che si togliesse l’assedio per andare alla conquista di altre città. Proprio quando stava per partire vide una cicogna con i sui piccoli abbandonare la torre della città. Attila allora capì che gli aquileiesi erano senza viveri e sul punto di arrendersi, diede l’ordine di attaccare la città. Gli aquileiesi stremati non poterono opporsi ad un così grande esercito e dovettero soccombere. Attila, per il tempo che perse durante l’assedio era talmente infuriato che distrusse interamente la città e la depredò di tutti i suoi tesori.

Non contento di ciò, Attila se la prese anche con i piccoli villaggi. Si racconta, ad esempio, che arrivato nelle vicinanze di un villaggio della nostra zona lo distrusse lasciando intatto solo un palazzo, per questo fatto il paese sarà chiamato Palazzo Solo e poi Palazzolo (a Palazzolo dello Stella è tuttora esistente il palazzo risparmiato da Attila, chiamato appunto “Palazzo di Attila”).

Non contento, Attila dopo aver oltrepassato il fiume che in seguito sarà chiamato Stella, si diresse verso nord dove trovò un altro piccolo villaggio dove gli abitanti per difendersi dalle inondazioni del fiume avevano costruito degli argini. Attila se la prese proprio con  questo argine facendolo distruggere. Questo gesto bastò perché il villaggio divenuto paese si chiamasse Rivarotta.

La fama di Attila, che distruggeva tutto quello che si trovava lungo il suo cammino, era arrivata fino ai più remoti villaggi. Appena si spargeva la voce che Attila stava per arrivare, tutti cercavano un sicuro nascondiglio per potersi salvare. Così Attila, dopo aver lasciato il villaggio di Rivarotta, proseguì per quella strada incontrando un altro piccolo nucleo di case. Ma qui, al contrario, vi era rimasta coraggiosamente una famiglia composta da due vecchi genitori e una figlia, la quale sfidando il crudele condottiero si presentò sulla strada.

Attila, quando la vide rimase folgorato dalla sua bellezza e subito le chiese di diventare sua sposa, in cambio avrebbe risparmiato la vita ai suoi genitori e la distruzione del villaggio. La giovane accettò e allora Attila pronunciò la celebre frase: “Per amore di questa giovane, in drio te lasso”. La frase fu talmente impressa nella mente degli abitanti di quel paese che fu denominato “Driolassa”.

Non così fu la sorte di un altro vicino villaggio dove la soldataglia di Attila fece un vero sterminio lasciando intatto poco o niente. Gli abitanti, dopo che Attila si era allontanato, ritornarono alla proprie case, ma vedendo tutta quella distruzione, dissero “a ni à lassât poc e nie”. A motivo di questa amara constatazione il paese fu chiamato Poc e nie, più tardi Pocenia.

Il paese di Ronchis fu risparmiato dalla furia devastatrice di Attila, perché percorse la strada del Modeano e raggiunse il fiume Tagliamento nei pressi dell’ancor esistente ancona di Santa Sabida tra Ronchis e Fraforeano.

In quei giorni il fiume era in piena  e Attila e vedendo questo grande massa di acqua, pensò di non avventurarsi ad attraversarlo con il tesoroma di sotterrarlo nei pressi dell’ancona: lo avrebbe dissotterrato al ritorno.

 Le notizie delle grandi distruzioni operata da Attila in numerose città, indusse il papa, prima che Attila distruggesse anche Roma, di andargli incontro per indurlo a fermarsi. Il papa riuscì nel suo intento, ma dopo quell’incontro Attila perse completamente la memoria, e quando ripassò un’altra volta il Tagliamento per ritornare in Ungheria, non si ricordò più dove aveva nascosto il tesoro. La notizia di questo tesoro nascosto indusse più di qualche persona a scavare nei pressi dell’ancona di Santa Sabida senza per altro trovare nemmeno un centesimo.

La quercia di Santa Libera

A Ronchis diversi secoli fa, nel luogo ove sorge ora la chiesetta dedicata a Santa Libera c’era una grande e frondosa quercia. Sotto questa quercia secondo l’usanza del tempo, si riunivano in assemblea, o, come si diceva allora in “vicìnia”, i capifamiglia per decidere sulle cose relative all’amministrazione del paese.

Erano i tempi in cui, il Friuli, e di conseguenza i nostri paesi, subivano le frequenti invasioni: Avari, Longobardi, Ungari, crudeli e sanguinari, tanto che per secoli nelle chiese si rammentava quest’invocazione “Salvaci, Signore dalla frecce degli Ungari”. Più tardi, durante la guerra tra il patriarca di Aquileia e la Repubblica di Venezia, arrivarono i soldati mercenari dell’imperatore Sigismondo. Poi ancora le diverse invasioni dei Turchi (se ne contarono almeno dieci). Inutili furono i tentativi dell’esercito della Repubblica Veneta, formato anche da soldati mercenari che provenivano da diverse nazioni europee, di fermare queste orde che scorrazzavano per ogni angolo della nostra Patria.

Fu proprio in uno di questi tentativi di contrastare l’avanzata dei Turchi che un ufficiale originario dalla Francia, comandante una compagnia di soldati veneziani, vedendo che la battaglia era ormai persa, ordinò la ritirata.

Allora, anche a Ronchis, come in quasi tutti i paesi, esistevano dai tempi delle grandi invasioni barbariche, delle gallerie sotterranee dove gli abitanti andavano a salvarsi. Anche in quell’occasione, avendo i roncolini sentito l’esito di quella battaglia, si erano rifugiati nella galleria.

In paese non c’era rimasta più anima via, l’ufficiale, ultimo a ritirarsi  dalla battaglia, non sapeva dove andare a nascondersi, qundo vide quella frondosa quercia pensò di rifugiarsi proprio lì.   

I soldati turchi perquisirono ogni casa del paese, e qualcuna anche la bruciarono ma non si avvidero dell’ufficiale nascosto fra i rami della quercia.

Alcuni anni più tardi comparve a Ronchis un ufficiale dell’ esercito veneto portando con se una cassa che conteneva una tela o meglio una pala d’altare con dipinta la Madonna con ai lati un santo e una santa che il militare disse che si chiamava Santa Libera.

L’ufficiale, chiese di parlare con il degano di Ronchis, al quale spiegò come si salvò dai turchi e di avere in quel momento, pregato e fatto un voto a Santa Libera, una santa molto popolare nei sui paesi di nascita, che se lo avesse salvato, lui avrebbe, a sue spese fatto costruire in suo onore una chiesetta e portato la sua immagine per l’ altare della nuova chiesa.

Il degano riunì in assemblea i capifamiglia, i quali, dopo una pacata discussione, decisero di abbattere la quercia per costruire la chiesetta in onore di santa Libera.

Si racconta che anni fa, quando furono fatti degli scavi nei pressi della chiesetta, trovarono le radici di quercia, queste erano ancora quasi intatte.

L'orco del fiume in piena

Tanto tempo fa c’era una ragazza che abitava in una casa in mezzo al bosco. Era rimasta orfana e si guadagnava da vivere filando, cucendo e ricamando. La gente del vicino paese, sapendo della sua condizione, le portava sempre dei lavori da fare.

Un giorno, un signorotto che abitava in un grande palazzo sulla collina, mentre tornava dalla caccia, vide la bella fanciulla che filava e se ne innamorò.

Per convincerla ad andare a vivere nel suo palazzo le portò in regalo un paio di orecchini, ma poichè la fanciulla rifiutava di seguirlo minacciò di bruciarle la casa.

La fanciulla rifiutò ancora. Il ricco signore si era invaghito di lei e la pensava continuamente, anche di notte, tanto da non riuscire a prendere sonno.

Una notte scoppiò un violento temporale: la ragazza pregava nella sua stanza perchè il temporale finisse e il fiume non straripasse.

Nel suo palazzo il signorotto stava meditando come poteva fare per rapire la povera giovane. Quella, si disse, era la sera adatta, nessuno avrebbe sentito le grida di aiuto della giovane. Così decise d'andare da lei per portarla con sè.

Bussò alla porta ma nessuno venne ad aprire. Prese la rincorsa e la sfondò. La ragazza terrorizzata per il temporale e per la comparsa del signorotto uscì velocemente e fuggì lungo la riva del Tagliamento; il signore la rincorse con il suo cavallo, ma lei, non avendo altro scampo, si gettò nel fiume. Il signore la seguì tra i flutti. Dopo tre giorni il corpo della ragazza fu trovata sulla riva del Tagliamento: pareva fosse ancora in vita. Il corpo dell’uomo e il suo cavallo non furono mai ritrovati.

La leggenda racconta che ogni volta che il fiume Tagliamento è in piena, si sente un cupo rumore è il signorotto, paragonato al diavolo che, con il suo cavallo tenta di uscire dall’acqua.

 

Dalle leggende alle streghe e stregonerie           

A Ronchis come in altri luoghi, non sono mancate le streghe anche in tempi relativamente moderni: testimonianze della loro presenza nel nostro paese risalgono al 1935 circa. Di queste donne ritenute streghe vogliamo fare un beve accenno anche perché il tema per Ronchis è del tutto inedito. Innanzi tutto dicevano che le streghe nascevano con “la camicia”, ossia con il sacco amniotico e al contrario degli altri bambini. I malefici  venivano fatti in modo particolare durante la notte nel frattempo del suono dell’Avemaria della sera fino a quella del mattino seguente. Si pettinavano solo quando pioveva e nello stesso tempo c’era il sole. In certe notti particolari andavano ai sabba sotto un grande albero a ballare fra loro: a Ronchis, questo luogo sarebbe stato dei pressi della “rustusse”.

Le donne un tempo, dope essersi pettinate bruciavano i capelli affinchè qualche strega non se ne approppriasse per fare qualche stregoneria. Quando incontravano una presunta strega, affichè questa non potesse stregare, mettevano il dito pollice fra l’indice e il medio, oppure dovevano recitare continuamente delle preghiere o giaculatorie. Contro i malefici le donne portavano a benedire in chiesa o dal prete, i vestiti dei bimbi, al ritorno però dovevano fare un’altra strada. Contro le stregonerie era usanza di mettere dei pezzettini di cera benedetta nei materassi, nei pagliericci e nei cuscini sia matrimoniali che dei bimbi. I pezzettini di cera erano degli avanzi o colature della candele del triancolo usato per i salmi durante il giovedì santo, oppure dalla candela benedetta della Madonna Candelora. Quando si accorgevano che un bambino era stregato, bruciavano olivo benedetto e ogni giorno per sette giorni consecutivi, quando suonava la campana del mezzogiorno dovevano dire nove avemaria , oppure  dovevano prendere il suo cuscino e andare verso la mezzanotte ad un incrocio di strada a bruciarlo: se dal cuscino usciva una piccola ghirlanda di piume, la fattura cessava e alla strega le sarebbero bruciate le ciglia.

Di racconti sulle streghe ne esistono a migliaia, un però, sentito anche a Ronchis è particolare poiché affonda le sue radici nelle deposizioni rese da imputati durante processi intentati dall’Inquisizione Romana. In particolare nel processo contro un “benandante” chiamato  Menichino della Nota di Latisana, processato nel 1591. Menichino asserisce che durante i suoi “viaggi” andava  in un prato fiorito ove bene d’inverno anchora pare che sian fiori et rose. Le streghe a questo prato sempre fiorito, giungevano non a cavalcioni della classica scopa, ma mediante una barca volante. Testimonianze in merito sono state raccolte a Venezia dove sette streghe da mezzanotte all’alba andarono e tornarono da Alessandria d’egitto con una barca rubata alle Fondamenta Nuove. Ancora nel 1980 una donna di Gorgo di Latisana e nel 1990 una donna di Marano Lagunare raccontarono versioni diverse ma che avevano in comune una barca stregata.

La variante roncolina narra di un giovane che andava a pescare con la propria barca, ma diverse volte non la ritrovava nel luogo dove l’aveva lasciata. Pensa così di nascondersi dentro la barca per scoprire coloro che la usavano. A mezzanotte sente arrivare sette streghe che con un incantesimo conducono la barca ed il suo ignaro proprietario in una terra piena di fiori e di ogni ben di Dio. Il giovane, per sincerarsi che non si trattasse di un sogno, raccoglie un fiore. La domenica seguente il giovane esce di casa con il fiore all’occhiello. Una delle streghe scopre che quel fiore proviene dal prato ove usavano andare per le loro tregende e vincola il giovane  a mantenere il segreto pena un incantesimo a suo danno. Della versione friulano-roncolina, che è stata pubblicata nel 1984 nel libro “Friguis di fantasie”, abbiamo estratto la parte centrale:

Barce va par siet!

…D’inprin il zovin al penseve che la barce a fos spostade bessole, magari no leade ben, ma sicome chi la robe a cuntinueve a sussedi, spece li nos dal oibe zînt al vinari, al decît di fa la paisse par viodi cui ch’al ere ch’ al sposteve la sò barce. E cussì, la sere di un oibe dal mê di dicembre, a si plate ta la barce drenti da la casse dulà ch’al meteve li rês e il pesciât.

Spete chi ti spete, ma nol sintive anime vive. Dut indurît di frêt ma decîs a spetà magari dute la not. Dut-un moment al sint la barcee a nissà e po a montà-sù cualchidùn. Da li ondadis ch’a veve fat la barce, li personis montadis-sù a erin siet. Quan’ch’a erin dutis sistemadis al sint une vôs di femine ch’a dîs:

- Barce va par siet!

Ma a nol sussêt nuie; alore simpri la stesse vôs di femine a dis:

-Sfondradis! Une di vualtris a à di iessi insinte e no vôl dîlu; Barcie va par vot, alore.

E la barce, come par un striament, a scomense a movisi plan- plan, e dopu a va-vie curint bessole pa l’aghe come il svint. Intant, il zovin drenti ta la casse, al steve sidìn e, sense fa rumôr, dome al pense che par fa cori cussì la barcie a àn di iessi dome striis.

Dopu un toc la barce a toce tiare e si ferme simpri bessole e li siet feminis a dismontin-iù e a van vie.

Il zovin, quan’ch’a nol sint pì nissun rumòr, al ciape plan-plan e al ven fore da la casse e, sense iessi vidût, al va dovôr da li feminis, par viodi dulà ch’a zevin e se ch’a fevin.

Ta chel post al ere un biel clàr di lune ch’a si vedeve come ch’al fos dì, l’arie a ere tiepide come in primevere. Il zovin, a un siart moment al viôt un gran prât e ta chistu prât a erin ogni sorte di flôrs, ance di chei ch’a no ‘n veve mai vidûs, e si podeve ciatà milussârs, pirussârs e saresârs cu li pomis za maduris, e altri pomis esotichis come bananis e ananas: usssei di duti li speciis ch’a ciantevin; insome si podeve dì chi chel post al ere un vêr paradîs.

Li siet feminis, intant a erin ch’a balevin come matis tal mies dal prât. Il zovin, simpri platât par pore di fâsi viodi, a nol crodeve ai siò vôi, e fra sè al diseve:

-Viôt chì se bieli robis ch’a son. Se vai a contâlu in paîs a mi ciapin par mat e nissun a mi crodarès. Spete ch’i cioi-sù un flôr di chistu prât inciantàt come prove, po al torne  a platâsi ta la casse da la barce.

Prime ch’al scomensi a fa dì la caporione da li striis a dis:

- Feminis, bisugne chi zìni vie prime ch’a suni l’Avemarie, se no a ni sossêt une malore.

E cul comant “Barce va par siet!” e  “Barce va par vot”. A tornin vissin di dolà ch’a erin partidis. Li siet feminis a dismontin, a si saludin cui pat di no di nuie a nissun di se ch’a vevin vidût e fat.

Il zovin, dopu che li striis a erin zudis-vie, al è vignut fore da la casse disint:

-Vedarês ch’i vi la peti ben biele io! V’insegni io a doprà la me barce par zì a fa li vostris fiestis…